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 Cenni storici: Vita e Spiritualità Certosina

Approfondimenti e StrumentiLa vita della Certosa è certo un luogo di elezione per vivere la preghiera nella solitudine, nel silenzio. Il fascino degli «alti luoghi del silenzio e della preghiera» - come diceva recentemente il Papa ai Cistercensi - è sentito sempre più anche ai nostri giorni, cosi pieni di rumorosità e di vuota esteriorità.



Scrive P. Ancilli in un libretto sotto l'emblematico titolo: "Dal silenzio della Certosa": «Un senso di ammirazione, misto a stupore e una pungente misteriosa nostalgia, avvolge il visitatore che dalla dissipazione e dalla confusione del mondo varca le soglie di una Certosa e viene a prendere contatto con una forma di vita religiosa, la quale tende a disancorare totalmente l'uomo dalla terra, in un impegno ininterrotto di preghiera, di solitudine e di profondo silenzio. Questa singolare forma di vita contemplativa, affascinante e insieme, per la comune degli uomini, sconcertante, ha avuto inizio nove secoli fa ed è giunta a noi immutata con la freschezza della prima ora».

L'Ordine certosino prende il nome dal luogo deserto chiamato "Chartreuse" (Certosa) presso Grenoble, dove un patrizio tedesco, Bruno Hortenfaust (nato a Colonia nel 1030, Sacerdote nel 1060, poi Canonico e Cancelliere dell'Università di Reims), aveva fondato un romitorio in cui si era ritirato nel 1084 insieme ad alcuni compagni, con il consenso del Vescovo sant’ Ugo.

Sala Capitolare: Gloria del Brunone

Dopo alcuni anni (1090), chiamato in Italia dal Papa Urbano Il - già discepolo di Bruno - che lo volle suo consigliere a Roma, acconsenti a malincuore; ma poi, attratto dalla solitudine e rifiutato l'Episcopato di Reggio Calabria, Bruno ottenne dal Papa di fondare una seconda Certosa in Calabria (Certosa della Torre), in un luogo deserto della Diocesi di Squillace (1092), oggi Serra San Bruno, dove morì santamente il 6 ottobre 1101. L'Ordine, dopo la morte del Santo, cominciò ad espandersi e nel 1136 si contavano già 12 Certose, di cui la terza in Italia (1173), fu la nostra di Pesio: "Certosa di Santa Maria", che le cronache definiscono una delle più belle e ricche (per splendore d'arte e posizione incantevole) d'Italia. A metà del secolo XVI, nell'apogeo dell'espansione, se ne contavano 196.

Le Certose divennero centri d'arte, di letteratura e di religiosità e sorsero in tutte le nazioni d'Europa, lasciando segni imperituri di grandezza, di vitalità e di spiritualità che sfida i secoli. Lacordaire scrisse: «Le querce ed i monaci sono immortali ».

L'intenzione di san Bruno fu di ricostruire la vita degli antichi monaci, combinando le due forme di vita religiosa: cenobitica ed eremitica. Il certosino è un eremita che trascorre tutto il tempo nella solitudine e nel silenzio più severo, padrone esclusivo di una cella, che è in realtà una casetta con l'oratorio, camera, laboratorio e giardino. Altri eremiti (di regola la Certosa è composta di 12 monaci Sacerdoti e 18 Fratelli) abitano vicini, in casette uguali e si riuniscono, silenziosi e quasi invisibili nei loro cappucci, per celebrare, due volte al giorno e una in piena notte, gli Uffici divini. La vita certosina è quindi una vita semieremitica.

La ruota

La caratteristica della Certosa, che subito si impone anche al visitatore più superficiale e distratto, è la solitudine e il silenzio: «Il nostro principale studio - si legge nelle antiche "Consuetudini" - è la custodia del silenzio e l'impegno alla solitudine della cella».

Tutto però deve svolgersi sotto il controllo e la direzione del Priore della comunità: «Quantunque siano molte le cose che osserviamo, tutte ci vengono rese fruttuose soltanto dal merito dell'obbedienza». Ma mentre l'obbedienza è il fondamento di ogni vita religiosa, «la custodia del silenzio, della solitudine e della quiete della cella», rimane la caratteristica del certosino, il quale, «come l'acqua ai pesci e l'ovile alle pecore, cosi per la sua salvezza e per la sua vita reputa necessaria la cella» ("Consuetudini").La vita monastica, col suo calmo succedersi di giorni inesorabilmente uguali, richiede l'equilibrio completo del temperamento e delle facoltà; ed è nella capacità di adattamento alla solitudine e al silenzio (a vita) che si trova il segno della vocazione certosina; solitudine e silenzio che costituiscono la prova del fuoco per il novizio, alla quale reggono solo i dotati di sane e salde strutture psichiche e i sicuramente chiamati con vocazione speciale dal Signore.

Il monaco, per realizzare il clima della sua vita spirituale, ha bisogno di silenzio e di solitudine, che è il luogo della sua unione con Dio e il mezzo principale di cui dispone per giungere alla intimità con Cristo: solitudine interiore, che consiste nel distacco dalle cose del mondo e soprattutto nell'oblio di sé, al fine di lasciare tutto il posto a Dio. Il vero solitario cerca, per quanto è possibile, di tenere il suo spirito separato da tutto ciò che non è Dio, in modo da lasciar vivere Cristo in lui, secondo l'affermazione dell'Apostolo: «Vivo, ma non più io; è Cristo che vive in me» (Gal 11,20).

Si può allora parlare con tutta verità dell'esistenza di quella «Cella interiore» che il certosino mai abbandona. E solitudine esteriore, che ha l'unico scopo d'aiutare a trovare e custodire quella interiore ed è realizzata dalla clausura monastica della Certosa e dalla vita di cella.

Nella solitudine del suo romitaggio (che non è solitudine, perché tutta piena di Dio!), il certosino passa la maggior parte del suo tempo, intento all'orazione mentale, alla recita dell'Ufficio canonico unitamente a quello della Madonna, alla lettura spirituale -Lectio Divina - e allo studio.

Queste occupazioni, tutte ordinate all'unione con Dio, sono convenientemente intercalate, per due o più ore al giorno, dal lavoro manuale, il cui scopo è di assicurare al solitario il riposo mentale e l'esercizio fisico necessario per conservare la salute e per poter attendere meglio al fine proprio della sua vocazione; lavoro che consiste per lo più nella pulizia della cella, nella coltivazione del giardinetto, in piccoli lavori di falegname, da tornio, artigianato (pittura o scultura), segare e spaccare legna da ardere, ecc.

Oltre la solitudine e il silenzio, le severe usanze (stretta clausura, digiuni, mangiare sempre di magro, l'alzarsi per tre ore nel cuore della notte, ecc.) si spiegano facilmente : il certosino deve essere e restare un vero solitario per essere tutto di Dio. Sarebbe però un errore vedere in tutto questo una mancanza di amore al prossimo e specialmente dei parenti. Il certosino rinuncia liberamente a certe soddisfazioni, sebbene legittime, per andare più direttamente a Dio ed unirsi intimamente con Lui; ma essendo Dio un Dio di amore, quanto più grande è l'unione con Lui, tanto più grande diviene l'amore verso il prossimo e la possibilità di meritare per esso, come vedremo meglio in seguito.

La vita cenobitica raggiunge la sua più alta e più pura espressione negli Uffici conventuali, poiché la preghiera e il canto liturgico attuano in modo visibile e ufficiale la fusione della vita d'orazione di ciascun solitario con quella dei suoi Confratelli.

La vita liturgica comprende la Messa conventuale quotidiana, cantata e talora concelebrata, e l'Ufficio Divino, di cui, ogni giorno, Mattutino, Lodi e Vespri vengono per intero cantati comunitariamente. Le domeniche e feste si cantano pure in chiesa le Ore minori.

Le parti dell'Ufficio non cantate in Coro, vengono recitate in cella nei tempi indicati dal suono della campana, e sempre con medesimo cerimoniale che si osserva in chiesa. L'Ufficio Divino esprime cosi anche in cella, il suo carattere di preghiera ufficiale e comunitaria.

Per quanto si è detto, la vocazione e vita del certosino si può così riassumere: è uno spirito di semplicità, che permette a Dio d'invadere l'anima, sì che Egli vi domini sovrano. E un frutto della solitudine, senza la quale nessun distacco effettivo da tutte le creature può essere totale. Il suo pieno sviluppo avviene in un ambiente di «verginità spirituale», in cui l'anima non si occupa altro che di «Dio solo», affinché Cristo possa attuare in Lei, in una profondissima intimità, il piano della redenzione, dandole la sua vita. Orientazione teologica di fede pura, di fiduciosa speranza, di carità totale. Nel silenzio della cella, il certosino, intento all'adorazione e alla lode, lascia che Cristo continui in lui la sua vita d'intima unione col Padre. E da qui scaturisce, senza che egli abbia a darsene pensiero o rendersene conto, l'efficacia della missione di supplica (e missione di supplenza), di espiazione, di irradiamento spirituale, nella vita del certosino, tutta immersa in Dio nel silenzio e nella solitudine.

E così, dalle riflessioni sulla vita e spiritualità certosina, desunte in gran parte dal citato opuscolo dell’ Ancilli, giungiamo quasi senza volerlo alla considerazione di un aspetto poco inteso o sentito, ma oggi assai importante e d'attualità e spesso richiamato all'attenzione dei fedeli anche dal Magistero della Chiesa: cioè la misteriosa fecondità apostolica di una vita tutta dedita alla preghiera, quindi a Dio solo, nel silenzio e distacco da ogni cosa creata.

Nella Chiesa di Cristo il certosino (come del resto ogni claustrale) è ufficialmente incaricato di restare un puro contemplativo. Ma mentre sembra disinteressarsi del mondo per occuparsi unicamente di Dio, in realtà egli sorpassa tutte le secondarie incombenze di attività apostolica. Nella misura, infatti, in cui vive di Colui che ha dato il suo Sangue divino per vivificarci e senza la cui azione di grazia nulla è possibile in ordine alla salvezza, egli opera ad ogni istante in tutte le anime. Invisibilmente, ma molto realmente, le arricchisce, in virtù della «comunione dei Santi», della vita divina che egli attinge sovrabbondantemente ed incessantemente alla Sorgente. Egli non si salva solo, ma coinvolge quanti cercano Dio o sono da Lui cercati. Nulla sfugge all'influsso dei contemplativi: nel Corpo mistico di Cristo, la loro funzione è quella delle «arterie» che, silenziose e nascoste, trasfondono incessantemente il sangue vivificante in tutti gli organi. Essi sono necessari al mondo, come il «respiro» alla vita.

«Isole di nascondimento, di penitenza e di meditazione, le comunità contemplative costituiscono il "cuore" della Chiesa, ne alimentano la ricchezza spirituale, ne sublimano la preghiera, ne sostengono la carità, ne condividono le sofferenze, le fatiche, l'apostolato, le speranze, ne accrescono i meriti» (Paolo VI, 2-2-1966).

Madonna con i certosini (affresco del '400)

Il contemplativo, servo e adoratore di Dio, è anche figlio della terra e per ciò stesso umano, presente nel cuore del mondo. Egli non solo rende omaggio alla trascendenza divina, ma trova in Dio un amore ardente per il suo prossimo. «Il Salvatore redense il mondo, schiavo del peccato, principalmente elevando la. sua preghiera al Padre e sacrificando se stesso: perciò, chi cerca di rivivere questo aspetto intimo della missione di Cristo, ancorché non si dedichi a nessuna azione esterna, pure esercita apostolato in maniera eccellentissima» (Giovanni XXIII).

Anzi «coloro che adempiono l'ufficio della preghiera e della mortificazione continua, contribuiscono molto più all'incremento della Chiesa e alla salvezza del genere umano di quelli che coltivano il campo del Signore con la loro attività. Se infatti essi non traessero dal Cielo l'abbondanza delle divine grazie per irrigare il campo, gli operai evangelici ricaverebbero certamente meno frutto dal loro lavoro» (Pio XI).

 

«...Sembra che l'incomprensione vi circondi, la solitudine vi mortifichi. Ma non è così... Qualcuno avverte che voi avete acceso un fuoco, che dal vostro chiostro luce e calore si effondono... Di che cosa ha bisogno la Chiesa? Ha bisogno di chi prega; ha bisogno di chi sta sospeso sul monte per essere davvero folgorato dalla luce della Parola di Dio e che da questa folgorazione manda luce e grazie su tutto il Corpo della Chiesa; ha bisogno anche oggi di vita contemplativa; ha bisogno di anime che si lasciano assorbire totalmente da Dio» (Paolo VI, 1966).Ecco perciò l’ urgenza e l'attualità della vita contemplativa anche in funzione dell'apostolato. Perciò i Decreti sulle Missioni e sulla Vita religiosa affermano: «Gli Istituti di vita contemplativa, con le loro preghiere, penitenze e tribolazioni, hanno la più grande importanza ai finì della conversione delle Anime... e danno incremento al popolo di Dio con una misteriosa fecondità apostolica, costituendo una sorgente di grazie celesti» (AG. 40, PC. 7).

Concludendo in bellezza, diremo che la vita consacrata, in particolare quella dei contemplativi, come i certosini, non è, in definitiva, che una questione d'amore. I santi, i contemplativi sono «gli innamorati di Dio», ma non per questo staccati o disamorati dei Fratelli, delle creature, dalle quali si sono visibilmente separati; tutt'altro! ed il motivo è stupendo, oltre che credibile: l'innamorato di Dio non rinuncia alle creature per il fatto che sono cattive, anzi vi rinuncia appunto perché sono buone, perché sono stupende, sono splendenti; così buone, così stupende che lo rendono innamorato del loro Creatore, Autore Divino di ogni bellezza e bontà, che si chiama Dio; dal Quale poi, come da Sorgente, deriva tutto l'influsso di amore e di grazia che essi, gli innamorati di Dio, esercitano su tutte le creature, loro Fratelli.

Anche Giovanni Paolo II l'ha autorevolmente ricordato a Torino (13 aprile 1980), parlando a tutte le religiose raccolte nella Basilica di Maria Ausiliatrice: «Il cuore che si dona totalmente a Dio si apre, nello stesso tempo, verso una dimensione universale di amore disinteressato per tutti i fratelli in Cristo. Solo il Signore potrà valutare e misurare la misteriosa fecondità della preghiera e dei sacrifici, che le Suore contemplative (e monaci...), raccolte nella loro clausura, offrono ogni giorno, in unione col loro Sposo celeste, per la salvezza spirituale degli uomini».




 
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