Lectio Divina - Novembre 2006
PADRE UGO POZZOLI
Parola di Dio
(Atti 2, 1-13)
Questo passo del Nuovo Testamento ci interpella profondamente, perché è la grande apertura alla storia della Chiesa ed è il testo al quale fare sempre riferimento per ritrovare e riconfermare lo slancio della missione, che è l’uscire da noi stessi e proiettarci sugli Altri, con coraggio, entusiasmo, determinazione e convinzione!
In questo brano, in particolare, si riassumono i temi fondamentali della missione del cristiano, che poi si svilupperanno nel percorso di tutto il libro degli Atti.
La Comunità (Chiesa), grazie all’azione dello Spirito Santo, si apre alla missione universale di Dio. Lo Spirito Santo è la presenza del Padre, la Sua forza, la Sua luce, la Sua consolazione e ci invita a individuare, nelle nostre giornate, un tempo di qualità per leggere il Suo messaggio e trasferirlo nella concretezza delle nostre scelte e dei nostri atteggiamenti.
Possiamo immaginare il sentimento degli Apostoli riuniti in un luogo, al termine del giorno, anche interrogando il Vangelo di Luca (cap. 24) e incontriamo un gruppo di persone smarrite, dubbiose, confuse, deluse, amareggiate, ma pure, alla fine, visitate da Cristo che appare loro. E’ l’immagine di una comunità che si sente abbandonata e tradita dalla morte del Signore e che sta elaborandone il lutto, ma che, nello stesso tempo, si ritrova insieme, unita lì, in quello stesso luogo (il cenacolo = la stanza superiore) dove si era disgregata la notte del giovedì santo, quando Giuda era uscito nel buio, quando tutti si erano allontanati e, nel loro allontanarsi, avevano consumato l’abbandono del Cristo. In quello stesso luogo dove si era frantumato il sogno della comunità, subito dopo la celebrazione dell’Eucarestia, gli Apostoli si ritrovano e si ritrovano insieme. E dalla forza dello Spirito che essi ricevono scatta il loro passaggio verso l’esterno, il loro uscire in mezzo alla folla, il tempo dell’annuncio. E tutto accade attraverso l’opera dello Spirito Santo. L’Enciclica “Redemporis Missio” di Giovanni Paolo II richiama questa realtà: “Gli orizzonti e le possibilità della missione oggi si allargano e noi cristiani siamo sollecitati al coraggio apostolico, fondato sulla fiducia nello Spirito. E’ Lui il protagonista della missione”. Allora, l’uscire è un movimento geografico, perché la missione comporta anche di andare ad annunciare il Vangelo dove non è mai stato annunciato o è stato dimenticato, ma è anche un movimento spirituale: è un uscire da noi stessi, dalle nostre tranquillità, dal nostro piccolo mondo, dai nostri piccoli aggiustamenti quotidiani, dove impostiamo la vita secondo le nostre misure e le nostre preferenze. Ma pensiamo agli Apostoli che, dalla chiusura iniziale nella timidezza e nella paura, passano alla determinazione coraggiosa dell’annuncio di una meraviglia che è successa a loro e che partecipano agli Altri, non con uno sforzo umano, bensì con il sostegno di un dono sovrumano del Padre e con la certezza di chi, con San Paolo, può arrivare a dire: “Tutto posso in Colui che mi dà forza”. E pensiamo che gli Apostoli “stavano tutti insieme”, radunati in una comunità. La nostra storia di credenti, di battezzati è una storia comunitaria, è una storia di Chiesa. Oggi, per molte ragioni diverse, la dimensione comunitaria della fede si sta perdendo, ci chiudiamo sempre di più, in una metodologia solitaria del credere: Dio ed io, dove, in realtà, alla fine l’unico vero protagonista diventa l’ “io”. E’ una fede in cui siamo noi che ce la “sbrighiamo” con il Signore, senza mediazioni, senza una collettività alle spalle, che faccia da testimone, da garante, da supporto, che ci aiuti nei momenti difficili, che ci corregga nei momenti in cui ci perdiamo, che ci perdoni al nostro ritorno. E’ una fede senza Eucarestia, senza il Sacramento della Riconciliazione. Si tratta anche di un inevitabile impatto con la società moderna, nella quale stanno diventando sempre più difficili, a tutti i livelli, le relazioni interpersonali, il vivere insieme; è una crisi in cui versano tutti gli ambienti “comunitari”, che denotano una profonda fragilità di legami, un esteso precariato relazionale. Lo si riscontra nella coppia, nella famiglia, negli ambienti di studio, di lavoro, nella vita politica, fortemente scollata dalle esperienze della gente, nella società intera, nei rapporti tra i gruppi, nelle comunità ecclesiali, dove è sempre più problematico lo stare insieme. La fragilità dei legami genera insicurezza e ci porta a chiederci se effettivamente oggi sia meglio stringere i rapporti con gli Altri o mantenerli allentati. E’ un tempo critico, che, tuttavia, ci può condurre a intraprendere delle soluzioni nuove, diverse.
E’ proprio in questo momento di crisi, di perplessità, di disorientamento che gli Apostoli sentono un “rombo”, il rumore del cielo, il segno che annuncia la presenza di Dio, come un avviso che Egli vuole dare della sua vicinanza. Si tratta dell’esatto contrario del vuoto, che è, invece, assenza di Dio. Quale può essere il nostro “rombo”? Forse, per ciascuno di noi un fattore diverso: la riscoperta dell’entusiasmo nelle azioni e nelle scelte o la gioia nel condurle a compimento, perché il “rombo” è la prima spinta che preannuncia un evento più importante, il “vento impetuoso che si abbatte gagliardo” accompagnato da “lingue di fuoco”, altri due segni tipici delle manifestazioni di Dio nell’Antico Testamento. E’ lo Spirito, il Consolatore! Il vento è energia, muove; il fuoco è calore; quando i due elementi si uniscono, il loro potere si innalza in forma esponenziale e diventa inarrestabile. Il vento dello Spirito spinge gli Apostoli fuori dal locale in cui si trovano in preda alla paura e all’insicurezza, il fuoco scalda il loro cuore, dà loro vigore e garantisce l’autenticità della loro testimonianza. Ed essi vanno alla “folla”. Quando lo Spirito trascina, tutto viene superato per compiere la missione affidata. Una freschezza nuova invade l’individuo e lo rende capace di cose grandi e di un grande coinvolgimento dell’Altro. Lo Spirito Santo offre un amore che non si arresta, che non si ferma davanti a nessun ostacolo, e che ci rende missionari del Cristo. La scoperta delle nostre potenzialità, delle nostre ricchezze si traduce, incondizionatamente, nel loro trasferimento sul prossimo.
Gli Apostoli escono dal cenacolo e sono capaci di affrontare la “folla”. La folla è, talvolta, un fenomeno imprevedibile, che può osannare, ma può anche destabilizzare ed è anche il primo obiettivo specifico della missione: noi cristiani non siamo destinati a rimanere nel chiuso delle nostre case o delle nostre parrocchie, ma siamo stati battezzati per diventare annunciatori dell’amore di Cristo a tutti. La folla riportata dagli Atti è composta da persone che vengono da ogni parte del mondo, ad attestare che il messaggio trascende Gerusalemme e si allarga su tutti i confini della terra, per arrivare a tutti gli uomini. A noi, oggi, cosa dice questo passaggio? Dove ci sta spingendo la presenza del Signore? Verso chi? Come possiamo fare in modo che le certezze che abbiamo assimilato escano da noi stessi e raggiungano il resto dell’umanità? Quali sono, per noi, gli estremi confini della terra?
“Li udivano parlare nella propria lingua”.
Il miracolo non sta tanto nella capacità della gente di capire, quanto nella capacità degli Apostoli di farsi capire. Diceva un uomo di Chiesa ai predicatori: “Ricordatevi che, quando predicate, quello che dite vale per il 20%, ma il come lo dite compone l’80% della vostra predica”. Questo vale per ciascuna relazione umana nella quale ciò che importa è raggiungere il cuore delle persone e mettersi in contatto con esso e il cuore non mette al primo posto il contenuto, ma la sincerità con cui esso viene proposto.
DOMANDE PER LA RUMINATIO
Quali sono i luoghi del mio ritrovo e con chi mi ritrovo? Qual è il mio ambiente, quali sono le mie compagnie? Dove vado se mi lascio portare dal cuore?
Come mi relaziono con la gente? Riesco a entrare in dialogo con il prossimo o parlo sempre una lingua “straniera”?
Faccio “Chiesa”, sono Comunità, vedo l’importanza del vivere la fede condividendola con altri o vivo la mia relazione con Dio in una sorta di “io e Lui”?
Che cosa vuol dire, per me, “Amore Universale”? Che senso ha nella mia vita, nelle scelte che faccio quotidianamente?