Lectio Divina - Febbraio 2006
PADRE UGO POZZOLI
Parola di Dio
(Marco 6, 6b - 13)
Il brano di Marco è l’invio in missione dei Dodici Apostoli ed è un’occasione per farci tornare a mettere al centro della nostra vita il messaggio missionario che il Signore propone a ciascuno di noi e che molte volte viene disatteso o superato. La Missione ....
fa parte dell’essenza stessa del cristiano, in virtù del Battesimo (cfr. Concilio Vaticano II°). Spesso il sentirsi missionari è esperienza di pochi; non tutti vivono la propria vocazione di credenti con la consapevolezza di essere dei chiamati e degli inviati. E il passo ci aiuta anche a rifarci la domanda che è al centro di tutto il Vangelo di Marco: chi è questo Gesù di Nazaret? Scopriremo, alla fine del testo, che Gesù è il Figlio di Dio, ma inizialmente incontriamo Gesù come una persona che cammina, che non sta ferma, una persona itinerante, una persona che insegna, che chiama, che manda, che comanda (“ordinò loro …”) e che conferisce dei poteri.
Il brano ci indica l’ansia di Gesù che è molto preoccupato che i suoi Apostoli siano innanzitutto dei buoni testimoni, che non vede tanto importante ciò che fanno, ma pone l’accento su come si mostrano, affinché possano dare un’attestazione verace e non limitino, soprattutto, il significato della notizia che hanno imparato alla semplice predicazione, ma che, in qualche modo, la trasferiscano nella loro stessa vita facendola diventare un segno concreto e visibile di quello che il Signore vuole dire all’uomo. In realtà, la Parola di Dio è efficace di per sé e non ha bisogno della prova umana, ma è altresì vero che la controtestimonianza può invalidare e distruggere le certezze che Dio comunica. Ed ecco che allora Dio fa attenzione e, attraverso Gesù, chiede agli uomini di essere suoi testimoni. Il messaggio è vero, ma deve essere presentato in modo altrettanto vero.
E, per adeguarci ai sistemi informatici, applichiamo alla nostra esistenza i tre verbi più familiari alla gestione computeristica: salva, copia, invia.
Gesù chiama, salva il messaggio, che ritiene importante, in altri archivi. Non vuole essere Lui il solo archivio che conserva questi dati. La vocazione degli Apostoli è proprio lo specchio della volontà di Gesù a non vivere da solo la propria missione. Da subito, il Signore si associa con altre persone che vengono invitate a seguirLo, a ricalcare il medesimo cammino: queste persone vengono scelte da Gesù, ricevono un programma di formazione (“li invitò perché stessero con Lui” – Marco 3): “copia” = Gesù passa loro le Sue informazioni, le trasmette sotto forma di catechesi, affinché non si perdano. E, infine, Gesù invia. Egli non vuole riservare il suo annuncio ad un piccolo gruppo ristretto di amici, ma vuole estenderlo a tutti. E, dunque, gli archivi copiati (Apostoli) sono mandati, perché si trasmettano alla globalità della terra.
In questi tre movimenti c’è tutto lo stile di Gesù e c’è l’essenza del discepolato cristiano (“chiamati per stare con Gesù e per essere inviati”). Il Signore è interessato affinché la missione rispetti soprattutto due caratteristiche: quella della responsabilità e quella della credibilità.
Egli vuole che i suoi compagni (noi) si assumano la responsabilità del mandato, si scuotano dal torpore e dalla superficialità, si sentano inquieti di fronte a questo fondamentale impegno. La missione dei Dodici è una vera e propria collaborazione al ministero di Gesù, che è un ministero itinerante, una marcia, un cammino costante, che essi dovranno riprodurre fedelmente, riferendo quello che hanno visto fare dal Maestro, quello che hanno appreso da Lui nel tempo in cui gli sono stati accanto.
Ma l’appello alla responsabilità tende a urtarsi con una tendenza propria dell’uomo di oggi, propenso a chiudersi in se stesso, ad affrontare con leggerezza anche i passi più importanti della sua vita, dalle scelte di formare una famiglia, di accedere ad una speciale consacrazione, di entrare in un campo attivo della politica o del sociale. Davanti alla percezione di questi inviti, in molti si innesca l’esitazione, il dubbio, la tendenza a rimandare la decisione, mentre la Missione è una collaborazione totale. Nel momento in cui chiama, forma, invia, Egli carica l’uomo di una profonda responsabilità e associa la persona a un mandato che viene da Dio. Per noi, che tendiamo ad assumerci delle responsabilità spesso a “circuito chiuso”, all’interno dei nostri gruppi, dei nostri ambienti, di noi stessi, questo discorso sembra assurdo. Ma la responsabilità evangelica è responsabilità verso gli Altri, è apertura alla Missione universale, non conosce frontiere, è a 360°, è responsabilità verso genti e luoghi che non ci sono noti. Essa si concretizza, normalmente, in un piccolo settore, ma tiene il cuore e la mente aperti a esigenze, necessità, aspirazioni, sogni che sono di tutti gli uomini. Diceva Don Milani: per me è una “grullata” il fatto di amare tutto il mondo; io amo queste sessanta persone che il Signore mi ha affidato e, attraverso di loro, allora amo il mondo. In effetti, possiamo sentirci partecipi di questo Amore universale in forma teorica e poco impegnativa, che non si concretizza in niente, ma, nello stesso tempo, l’Amore che esprimiamo nelle nostre realtà consuete può chiudersi ed esaurirsi in esse, mentre deve aiutarci ad aprirci a tutti gli uomini. E’ un vivere l’Amore nella situazione presente, sapendo che il mondo va al di là della mia persona, delle mie amicizie, di chi condivide il mio stesso cammino. La Missione è sempre aperta e il Signore non vuole che abdichiamo da questo compito di portarLo ovunque, secondo le nostre personali potenzialità. E’ una responsabilità che abbiamo oggi, che avremo domani, è una responsabilità sostenibile, che abbiamo verso le generazioni future, alle quali dobbiamo lasciare un mondo vivibile: e anche questa è Missione.
Il secondo appello, alla credibilità, si fonda sull’esempio di Cristo, sullo stile della Sua missione, stile credibile, perché non soltanto predicato a voce, ma sostenuto con l’esempio che conferisce al Signore un’autorità riconosciuta persino dai suoi avversari. L’invio degli Apostoli rappresenta, in un certo senso, una “prova generale” di quanto attenderà essi stessi e la Chiesa dopo la Resurrezione. Gesù vuole che i discepoli, da subito, diano un saggio di capacità e di disponibilità. Vuole far loro sperimentare:
- che la scelta sovrana è di Dio: è da Lui che nasce la Missione, è per Lui che si va in Missione ed è a Lui che tende la Missione;
-che il messaggio viene reso valido dalla veracità della testimonianza di chi lo offre e che può essere anche rifiutato da chi lo riceve, senza nulla perdere della sua autenticità.
Donandoci questo incarico, il Signore lancia una sfida al nostro modo di essere e ci propone uno stile preciso di missionarietà, attraverso una serie di elementi, che ci permettono di interrogarci: io, vivo la missione così come il Signore mi chiede o no?
La strada
L’itineranza è l’atteggiamento proprio del missionario e rappresenta un movimento esistenziale che apre al contatto, all’Altro, al diverso, al dialogo, alla mutua comprensione. Quante volte, nel Vangelo, incontriamo Gesù per strada, in cammino, alla ricerca dell’incontro umano! Ed è lì che Egli ci invita ad andare, lì dove la gente si ritrova, per comunicare all’esterno il Suo messaggio. L’attenzione di Gesù è quella di non chiudere il Regno, ma di aprirlo a tutti in un viaggio missionario, che non è destinato ad esaurirsi e che deve proiettarsi verso la Speranza futura.
La comunità
Gesù manda i discepoli “a due a due”. Nella Scrittura sovente l’invio viene fatto a due persone insieme. C’è un senso profondo in questa scelta:
1.il sostegno reciproco, nella paura, nello scoraggiamento;
2.la testimonianza dell’appartenenza ad una comunità; la Missione non è affidata a un singolo e questo ci mette in guardia dalla tentazione pericolosa di vivere la fede in maniera personale, individualistica;
3.la fedeltà valida e condivisa al messaggio del Regno: non è una forma di controllo, ma è una forma di aiuto, di costante verifica.
La Missione è una comunità che viene inviata. La ricchezza dell’incontro si manifesta più pienamente nella condivisione comunitaria, che è anche una garanzia di fedeltà.
La povertà (la sobrietà)
La radicalità che Gesù richiede, anzi ordina (“comandò loro …”) è necessaria affinché il messaggio sia credibile e la testimonianza fedele. L’aspetto dell’inviato deve essere segno e serve a dimostrare che ciò che si annuncia è incarnato nell’esperienza di chi esprime l’annuncio stesso, ne mostra la fede e manifesta l’adesione totale a Dio, che protegge il povero, l’indifeso, il disarmato, colui che rimane ai margini della storia. Finché hai delle cose, dai delle cose. Quando hai nulla … dai te stesso. Solo a mani nude, puoi amare veramente e condividere con sincerità. Dio, essendo Amore, è povero, ad attestare che la grandezza dell’Amore sta proprio nella sua sobrietà e nella sua essenzialità. Ciò che hai ti divide dall’Altro, taglia i ponti, mentre ciò che sei unisce. Se non sei povero e dai, le cose che doni diventano un esercizio di potere, mentre il missionario esercita prima di tutto la Carità espressa nella Buona Notizia del Vangelo. La povertà si sposa con la Verità, con la Libertà. Bisogna scaricare per poter entrare nel Regno dei Cieli. E la leggerezza dell’inviato dipende molto da quanto povero, libero e vero lui riesce ad essere. La povertà ci dice che la salvezza viene dalla Croce, segno di uno svuotamento che rivela Dio. A chi annuncia non viene chiesto di essere per i poveri o con i poveri, ma viene chiesto di essere povero.
L’oggetto dell’annuncio (la conversione)
Gesù dà loro “potere sugli spiriti immondi”. La Missione vera è sottrarre territorio alle forze del male. Il compito del missionario è fondamentalmente quello di predicare la conversione, che è stato anche il primo annuncio di Gesù: “Convertitevi e credete al Vangelo”. Il Signore ci mostra da che cosa e a Chi convertirsi. Forse, davvero, non ci sono tante altre parole da dare agli uomini, se non proprio queste. Tutto il resto è un sovrappiù e non è indispensabile. Ciò che veramente conta è mettersi in cammino, cercando di non avere troppo peso, per non rallentare la marcia.