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 Scuola di Preghiera: IN MISSIONE UN IMPERATIVO DALLA PASQUA: “ANDATE!”

Scuola di PreghieraLECTIO DIVINA MAGGIO 2009

P. UGO POZZOLI

PAROLA DI DIO (Mt 28, 1-20)

Il brano di Vangelo sopraccitato è una postfazione, che raccoglie tutti gli spunti principali del testo di Matteo, come si trattasse del finale di una sinfonia che riassume e fonde i temi principali in un’unica, grande armonia. C’è chi considera questo passo come la “chiave per la comprensione dell’intero libro”, il “manifesto” dell’Evangelista ...

... in esso confluiscono i due centri di inte-resse dominanti:
1.la figura del Cristo;
2.l’esperienza della Chiesa, dei discepoli, ovvero gli elementi che conducono alla formazione della comunità e alla missione della stessa nel mondo.

La Missione trova il suo elemento fondante nell’evento pasquale: è dall’incontro con Gesù Risorto che essa prende l’avvio. Senza questo in-contro non si potrebbe parlare di Missione. Ed è una Missione che si compie per gradi e che si e-sprime anche mediante delle incognite sulle quali il Signore ci rassicura: “Voi non temete”, non abbiate paura.
“Venite … vedete … andate”. In questi tre verbi è riassunto il percorso formativo del disce-polo, chiamato, invitato a un’esperienza, invia-to. Le donne partono subito: “corsero”:
l’incontro con il Cristo cambia la vita, una volta fatta esperienza di Lui non si può continuare a procedere a velocità ridotta. Le donne si mettono in moto “con timore e gioia grande”.
Il timore di Dio è essenzialmente rispetto, da vivere con al-legria e gioia.
Scoprire Dio dentro di noi significa incontrare una ragione di vita, una felicità parti-colare, piena, che riempie la nostra esistenza, i nostri vuoti, che ci procurano sofferenza, insod-disfazione, angoscia.
Gesù le ferma durante il cammino, quasi per sottolineare che la Missione si deve nutrire di un continuo incontro con Lui, con un Gesù da ricercare e riscoprire ogni giorno nella preghiera, nella Parola, nell’Eucaristia, nella condivisione con gli Altri
Il saluto di Gesù è un messaggio che offre fiducia e forza: “Salute a voi … Non temete … Andate”.
L’annuncio della Pasqua è un annuncio di pace, di incorag-giamento e di grande speranza.
La Missione na-sce dal superamento della paura, comporta di staccarci da ciò che ci tiene legati, che sembra mantenerci al sicuro, per cominciare a percorrere la strada, a volte sconosciuta o impervia, che Egli ci vuole indicare. E’ questo mandato iniziale, fat-to dalla Chiesa per la Chiesa che permette ai di-scepoli di incontrare il Signore.
“Vi precede in Galilea… vadano in Galilea…
andarono in Galilea”. La Galilea è il luogo dove Gesù vuole incontrare i suoi discepoli. Tutto ri-parte da dove tutto era iniziato. La Galilea è il luogo della vita quotidiana. L’invito del Signore a precederlo è un invito a recuperare i fondamenti della SUA Missione. Dopo tre anni, i discepoli, nella potenza dello Spirito Santo, sono chiamati a fare nuovamente echeggiare le parole di Cristo: “Il Regno dei Cieli è vicino, convertitevi e credete al Vangelo”.
I muti, gli storpi, gli indemoniati, i peccatori che Cristo ha “salvato” ora rappresen-tano la Missione della neonata comunità cristiana.
“Gli undici discepoli …”. La Missione inizia con una comunità imperfetta per l’assenza di Giuda, una comunità viziata dall’imperfezione, che altro non è che il simbolo della fragilità uma-na, della contingenza, della vulnerabilità e, ciono-nostante, del fatto che Cristo si serve di uomini per la sua Missione, uomini come ciascuno di noi.
“… andarono sul monte che Gesù aveva loro fissato”. La montagna è il luogo della teofania. Incontrare il Signore comporta uno stacco, un sollevamento dalla vita quotidiana e ciò permette di vederlo e di adorarlo. Ancora una volta com-prendiamo che la Missione nasce dalla contem-plazione e dall’adorazione. Occorre fare espe-rienza di Lui per poterlo annunciare. Vedere è credere, adorare è entrare in intimità con Lui, sta-re con Lui per poter essere inviati.
“… alcuni però dubitavano”. E’ una realtà molto diffusa. Forse anche noi apparteniamo a questo gruppo, vinti dalle paure, dagli ostacoli, dalla fragilità e tiepidezza della nostra fede, dall’incapacità di rendere una testimonianza cre-dibile ed efficace.
Ciò nonostante, Gesù si avvi-cina e ci dice la sua Parola di Vita, che converte, trasforma, rigenera.
“Andate dunque …”. Gesù ci manda e, con l’invio, ci dà forza, energia, ispirazione. Il suo po-tere viene trasmesso a chi lo segue. La Missione implica di andare, partire, mettersi in movimento e, quindi, mettersi in gioco. Significa uscire da noi stessi, dalle comodità del nostro compiacerci, del-le nostre autogratificazioni, per aprirci agli Altri.
Andare vuol dire guardarci intorno, aprire fine-stre sul nostro mondo spesso chiuso e ovattato. Andare vuol dire prendere finalmente delle deci-sioni importanti, che mettano sale nella nostra vi-ta, vuol dire non lasciare tutto nel reame delle buone intenzioni, del “se solo potessi, se avessi, se fossi”, ma dare concretezza al nostro agire. Andare vuol dire “scomodarsi” e “scomodare”.
C’è da aver paura di un cristiano che “non va”, che non si muove, che non reagisce, di un cri-stiano che assume uno stile sciatto, che non ha nulla da dire. Si può “andare” senza muovere un passo e si può sprecare il tempo vagando senza sosta e senza meta, senza obiettivi e senza deter-minazione. Andare significa anche “croce” porta-ta e annunciata, significa leggere la realtà in modo profetico, con gli occhi di Dio.
“Ammaestrate tutte le nazioni…”, cioè fate discepoli tutti i popoli. La Missione non esclude, include, non si ferma, ma punta agli Altri e so-prattutto a coloro che difficilmente guardiamo perché troppo “Altri” da noi. Fare discepoli si-gnifica proporre un cammino nella consapevo-lezza che il Maestro non sono io, ma è Lui. Fare discepoli non vuol dire imporre, ma proporre con fermezza e misericordia (pazienza) un mes-saggio che riteniamo salvifico per noi stessi e per gli Altri, vuol dire, innanzi tutto, conoscere i con-tenuti del nostro discepolato, averne fatto espe-rienza e trasmetterne la ricchezza.
Fare discepoli significa “contagiare” il prossimo con la nostra fede, è una grande responsabilità che ci induce a far sì che il nostro cristianesimo si faccia trovare vivo al momento della prova.
Dobbiamo essere un pericolo per l’indifferenza, per il quieto vivere, per il conformismo, per la voglia di tacere davanti alle ingiustizie.
“… battezzandole nel nome … insegnando loro ad osservare tutto ciò che io vi ho co-mandato”.
Il Battesimo ricevuto acquista senso nel momento in cui diventa testimonianza. Il mio Battesimo vissuto coerentemente conduce ad al-tri Battesimi. Bisogna conoscere la Parola (“ciò che io vi ho insegnato”), frequentare la Parola, essere scottati dalla Parola per poter arrivare a comunicare il messaggio di salvezza che in essa è contenuta.
“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. E’ il grande annuncio della Speran-za pasquale. Non siamo soli, anche quando la barca sembra affondare e abbiamo paura …

PER LA RIFLESSIONE

1.Qual è la mia personale “Galilea delle gen-ti”, il luogo e il tempo in cui il Signore mi chiama ad essere annunciatore della sua Buona Notizia?
2.Vivo con gioia il mio essere cristiano, il mio Battesimo? Riesco a comunicare agli Altri il mio entusiasmo? Se no, perché?
3.Penso che la mia preghiera sia sufficien-temente missionaria? Mi apro, nella pre-ghiera, alle necessità degli Altri o rimango concentrato su me stesso, sui miei biso-gni?
4.Cosa mi fa paura e mi frena nel vivere in pienezza la Missione che il Signore mi ha affidato? 5.Oggi la Chiesa sta vivendo fedelmente il
mandato missionario impartitole da Gesù? In che cosa potrebbe essere più coraggio-samente Missionaria?




 
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