“Famiglia: Casa abitata da Dio”


Siamo stati più di 240, moglie e mariti, genitori e figli, nonne e nonni, insomma famiglie, tutti insieme alla Certosa di Pesio con una meta condivisa: far abitare Dio dentro la nostra famiglia, oltre che dentro ciascuno di noi, per essere poi testimoni dei Suoi doni.


Il Signore ci ha prodigato abbondanza di aiuti. Siamo stati aiutati dal manto protettivo di Santa Maria, che si apre su tutti noi anche nelle pareti della Certosa. Siamo stati aiutati dalle parole e dai gesti dei padri Missionari della Consolata, strumenti dello Spirito Santo che fanno della Certosa un luogo in cui Esso soffia e riesce a far girare la maniglia della porta del cuore, quella che si apre solo dall’interno, così la famiglia diventa testimonianza viva della presenza del Signore nel mondo.Siamo stati aiutati dal “canto gregoriano” dei bimbi durante l’Eucaristia quotidiana, canto che ci ricordava la beatitudine del dono della vita proprio quando ci si avvicinava al Pane di Vita. Siamo stati aiutati dalla gioia della vista delle meraviglie del creato, tutt’intorno a noi. Siamo stati aiutati dalle preghiere che hanno scandito le giornate: dalle Lodi mattutine, alla Lectio divina, all’Adorazione, al Rosario passeggiato, all’Eucaristia, alle preghiere personali ovunque si sentisse la presenza del Signore o in una cappella dove il Santissimo è accanto a chi entra.
La giornata dei giovanissimi era impegnata in un percorso che si intersecava con quello dei genitori ai pasti e nel primo pomeriggio, mentre il resto del loro tempo era impegnato ad avvicinarsi al Signore insieme a padre Daniele e ad un gruppo di animatori, e intanto i piccolissimi erano accuditi da amorevoli baby-sitter. I giovanissimi hanno condiviso anche la gioia di una giornata in cammino tra i monti, a scoprire più da vicino le meraviglie del creato, toccando con mano come gli sforzi possano essere ripagati dalla felicità di toccare una cascata o di vedere gli animali nell’habitat naturale cui li ha destinati il Signore.

Intanto genitori e nonni camminavano su pietre antiche, accompagnati da inviti ad aprirci al soffio rinnovatore dello Spirito Santo per tenere ben saldo il sacramento del matrimonio, riscoprendo il dialogo, la preghiera in comune, l’interesse per l’altro, a partire dalla “radice più profonda nel libro dell’Amore del Crocifisso”, impregnandoci di questo Amore, per esser poi “missionari dopo aver sperimentato la guarigione”.
Non è facile esser missionari laici. Ci si sente particolarmente poco preparati e “all’altezza”, ma l’Amore misericordioso del Signore non è collegato ai meriti, anche questo ci è stato ricordato. Quindi, ispirandoci a questo Amore, portandolo nella nostra vita, daremo un amore autentico al coniuge, ai figli, a tutto il prossimo, che è tutti, diventando testimoni autentici. E lasciandoci ispirare dal Signore, sempre nella libertà della scelta che spetta a noi tra luce e tenebre, chiedendo il Suo aiuto - aiuto che non manca mai di arrivare - impareremo ad esser pazienti e ad entrare nel “mistero del dono del sacramento coniugale”, “riscoprendo la dignità nell’armonia coniugale”. E lo faremo sempre di più se impariamo a sfrondare la nostra vita, alleggerendola di quanto superfluo, trovando nella sobrietà il modo di sentirci anche parte integrante, non dominatori presuntuosi, del creato la cui cura ci è stata affidata, per confidarlo poi ai figli ancora pieno dei doni ricevuti.
Ci sono state offerte parole per riscoprire e rinverdire la presenza di Dio nella nostra storia coniugale, per tutti, anche quando uno degli sposi è già tornato alla Casa del Padre, perché si tratta di “una unione da qui al Paradiso, nella comunione che continuerà per l’eternità”.
Abbiamo cercato di seguire un consiglio che ci è stato dato all’arrivo, ed essere davvero come spugne che assorbono il soffio dello Spirito. Aleggiava sulla Certosa, Lo abbiamo sentito nelle condivisioni, sia quelle personali, qua e là nel tempo e nei luoghi più vari, sia in quelle pomeridiane, organizzate suddivisi in 3 gruppi. Così abbiamo avuto modo di sperimentare come “la fede matura condividendola” (Redemptoris Missio, Giovanni Paolo II).
Ci portiamo a casa tante grazie, offerte dal Signore attraverso i suoi strumenti, padre Francesco Peyron, padre Daniele Giolitti, padre Francesco Discepoli e gli altri padri e fratelli della Certosa, insieme a don Bernardino. Se ci ricorderemo di invocare di più il dono dello Spirito, saremo anche più consapevoli degli altri doni che ci elargisce a piene mani, ogni giorno.
Anche per questo, dopo l’ultima Eucaristia, dopo aver ringraziato il Signore per i tanti anni di opera alla Certosa di padre Francesco, dopo l’abbraccio con cui padre Francesco ha “affidato” a padre Daniele la continuazione dell’opera del Signore nella Certosa, abbiamo chiesto la protezione della Santa Madre, riuniti sotto il grande cedro nel mezzo delle meraviglie del creato. Affidandoci a Lei, riusciremo a ricordarci di chiedere, riusciremo a tenere alto lo sguardo con serenità, riusciremo ad essere frecce che centrano la meta, riusciremo a fare “sforzi abituali con maggiore sforzo”, perché abbiamo imparato che quando, come Lei, mettiamo il nostro centro in Gesù e a Lui ci affidiamo, il Signore abita la nostra casa e noi siamo operatori della Sua pace.